Oratorio del Carminello
L’oratorio del Carminello fu eretto nel 1690 dalla compagnia della Madonna del Carmelo fondata pochi anni prima. Un recentissimo restauro, a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, ha restituito la giusta dignità all’apparato a stucco con pesanti medaglioni bombati, statue di Santi carmelitani entro nicchie e angeloni, databile al terzo quarto del XVII secolo, che appariva fortemente deteriorato. In passato era stato attribuito a Giuseppe Serpotta, fratello di Giacomo, ma oggi si tende a escludere un suo intervento e a riportarlo piuttosto alle maestranze che lavorarono nella vicina chiesa del Carmine. Ad ambito serpottiano rimanda, invece, in maniera evidente, la controfacciata con una datazione da porre entro i primi due decenni del XVIII secolo. Dall’attribuzione a Giacomo si è passati, pur senza documenti certi, a ritenere l’opera frutto della felice mano del figlio Procopio. Di certo è che, dal punto di vista del disegno generale, qui l’autore ha ben percepito le novità immesse da Giacomo Serpotta negli apparati scultorei, come i teatrini con soggetti evangelici retti da coppie di eleganti angeli. Il modello è quello di Antonio Raggi per San Marcello al Corso a Roma, ma in generale è ormai manifesta quella semplificazione delle decorazioni e nel numero dei rilievi che caratterizza il Serpotta dai primi anni del ’700 sulla scorta dell’influenza del classicismo barocco romano. Le scenette rappresentano la Natività, a sinistra, e il Riposo durante la fuga in Egitto, a destra. Ad esse sono accostate due statue allegoriche, adagiate mollemente sopra la cornice che sormontava il luogo ove, un tempo, stavano i superiori della compagnia. Sono la Mansuetudine, connessa al primo episodio, e la Compassione, legata all’altro.
Chiesa del Carmine Maggiore

Tra il 1683 e il 1684 Giuseppe e Giacomo Serpotta realizzano i due maestosi altari del transetto nella chiesa del Carmine Maggiore per contenere la tavola quattrocentesca della Madonna del Carmine e il Crocifisso ligneo venerati nella chiesa. Notevole è l’uso di grandi colonne tortili, probabile influenza del Baldacchino di San Pietro di Bernini, sormontate sulla trabeazione da statue di santi, angeli, putti. L’opera è fortemente innovativa per la città di Palermo e guarda certamente ad esempi romani come mostra anche la statua di San Dionisio I, posta sull’altare della Madonna, la cui testa è una sfacciata e deliberata citazione della testa di Seneca di Guido Reni. Le colonne tortili, recentemente restaurate a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, sono interamente coperte d’oro su cui spicca la trama di elementi vegetali e figure, ma non basta. Ognuna, per una terza porzione, contiene scenette in stucco che raffigurano nell’altare di destra episodi della Passione di Cristo e in quello di sinistra altri della Vergine. Sono dei pezzi di bravura, il preludio dei “teatrini” serpottiani dell’oratorio di Santa Cita, e si devono certamente alla mano del solo Giacomo. L’idea è notevole, come nelle colonne trionfali romane in cui si narravano le gesta degli imperatori, qui, in un contesto barocco, viene elaborata una colonna trionfale cristiana, in cui si osservano gli avvenimenti storico-evangelici che segnano la vittoria di Cristo e la conseguente nascita della Chiesa. Nel 1684 il solo Giuseppe realizzò sette rilievi sulla controfacciata, oggi non più esistenti, inoltre secondo Garstang anche gli stucchi della cappella di Santa Caterina d’Alessandria nella navata destra sono attribuibili a Giacomo.
Chiesa di Sant’Orsola
Nel 1696 Giacomo Serpotta decora a stucco due delle principali cappelle della chiesa di Sant’Orsola della compagnia dei Negri. Esse sono dedicate alle Anime Purganti, a destra, e a Sant’Orsola, a sinistra. Mentre nella prima si è conservato tutto l’apparato, della seconda, che oggi è intitolata a San Girolamo, si osservano oggi solo gli angeli ai lati del quadro. Questi rappresentano il chiaro richiamo alla cultura romana dell’epoca che il Serpotta aveva espresso già in altre opere. Le cappelle segnano l’inizio di quello che Garstang ha definito il distacco dalle matrici formali locali, molto probabilmente per la decisiva influenza dell’architetto Giacomo Amato. Il tema delle anime purganti che sono ansiose di ascendere al cielo è svolto tramite i teatrini, questa volta tondi, ma spicca la presenza di due scheletri ritratti in una posa quasi beffarda e con un’attenzione per il dettaglio fisiognomico veramente straordinaria. Ancora una volta il Serpotta trasporta un tema su un piano teatrale e, essendo questo inerente alla morte, poiché la compagnia si occupava di pregare per le anime dei defunti e di seppellirli nel cimitero di proprietà, allora volge tutto in farsa. La presenza di scheletri in opere barocche a Palermo non è del tutto nuova. La si osserva, per esempio, anche nella decorazione a marmi ‘tramischi’ della chiesa di Santa Maria di Valverde degli stessi anni, ma qui la posa, la macabra e grottesca risata, e addirittura le viscere che si intravedono entro la gabbia toracica, si distinguono del tutto da qualunque esempio locale o romano.
Oratorio di San Giuseppe dei Falegnami

La confraternita di San Giuseppe dei Falegnami, fondata nel 1499 ed in seguito divenuta compagnia, nel 1603 cedette ai padri Teatini un importante lotto di terreno dove stava la propria chiesa, ed in cambio ottenne tra le altre cose un oratorio nel convento che i padri avrebbero costruito. L’oratorio venne distrutto quando la casa dei Teatini nei primi dell’800 divenne sede dell’Università di Palermo e vi fu, dunque, realizzato l’attuale portico sulla via Maqueda. I Falegnami così nel 1805 presero possesso dell’attuale oratorio che da allora venne intitolato a quella maestranza, ma che in origine era stato gestito da due congregazioni, quella di Gesù, Giuseppe e Maria, e quella dei Servi del Santissimo Sacramento e Immacolata Concezione sotto il titolo della Elevazione delle Quaranta Ore. L’aula è interamente coperta di stucchi con putti, festoni, medaglioni e cornici in cui sono inseriti brani di affreschi tardo-settecenteschi. La decorazione delle pareti è attribuita a Giuseppe Serpotta, fratello del più noto Giacomo, che si impegnò per questi lavori nel 1701, accostando alle finestre coppie di angeli e ricoprendo interamente la suggestiva volta a botte molto bassa con putti, festoni e grottesche, per i quali Donald Garstang ipotizza una possibile collaborazione del nipote Procopio. Ad ogni modo si nota una certa vicinanza stilistica con gli angeli realizzati da Giuseppe Serpotta nella cappella di Sant’Anna del castello dei Ventimiglia a Castelbuono (Palermo), come pure qualche affinità con alcune decorazioni presenti sia lì che nell’oratorio palermitano di San Mercurio. L’oratorio dei Falegnami si distingue anche per i rari arredi lignei sei-settecenteschi ancora conservati.
Chiesa del Gesù a Casa Professa

Nel 1704 Giacomo e Procopio Serpotta si impegnano per la decorazione della volta di fronte alla cappella dei Santissimi Martiri nella navata laterale destra della chiesa del Gesù a Casa Professa. Nello stesso anno il solo Procopio porterà a compimento anche la volta antistante la cappella della Madonna di Trapani e, si ritiene, tutte quelle della medesima navata. Tra il 1711 e il 1713 Procopio Serpotta completa anche le volte della navata sinistra seguendo lo stesso schema precedente con l’uso di puttini. Intanto a partire dal 1703 circa il pittore Antonino Grano è coinvolto nel nuovo apparato decorativo della tribuna absidale incentrato sul trionfo dell’Eucaristia. Come architetto fornisce disegni e modelli per i maestosi gruppi scultorei, tra cui certamente era la nicchia con David e Achimelech sulla destra dell’abside, consegnata da Gioacchino Vitagliano, Baldassare Pampillonia e Pietro Nucifora entro il 1708. Nel 1706 viene elaborato anche il progetto per la nicchia simmetrica a sinistra in cui sono inserite le statue di David e Abigail, consegnate nel 1709 da Gioacchino Vitagliano, cognato di Giacomo Serpotta che aveva fornito il modello, cosa evidente anche osservando i gruppi dei putti che giocano con gli arieti. L’anno seguente lo stesso Serpotta è compensato dai gesuiti per “aver fatto il disegno dell’opera marmorea che si deve fare dietro il Cappellone di nostra Chiesa”, che Donald Garstang interpreta come il gruppo di opere che si trova intorno alla porta posteriore all’altare maggiore: in alto sta una Gloria della Santissima Trinità (Gloria dell’Incarnazione nell’Eucaristia), sotto l’Annunciazione ai cui lati sono adagiate due allegorie, la Fede (a sinistra) e la Carità (a destra). Ai loro piedi stanno, scolpiti a bassorilievo, due pannelli rispettivamente con un’Adorazione dei pastori e un’Adorazione dei Magi. Tutto l’apparato fu scolpito ancora dal Vitagliano negli anni che vanno dal 1710 al 1714 e dal 1719 al 1721.
Oratorio del Sabato a Casa Professa
L’oratorio, sito all’interno della Casa Professa dei Gesuiti, prende il nome attuale dalla congregazione della Croce e Martorio di Cristo detta del Sabato che prese possesso dei locali ai primi del XIX secolo. Originariamente invece era gestito dalla congregazione dell’Immacolata e San Francesco Borgia e da quella detta degli Artefici sotto il titolo della Purificazione della Vergine. È sulla base di queste più antiche intitolazioni che viene elaborato l’apparato a stucco attribuito a Procopio Serpotta, probabilmente intorno al secondo quarto del XVIII secolo. Lo schema è quello già collaudato dal padre Giacomo nell’oratorio del Rosario in San Domenico, ovvero l’accostamento di allegorie statuarie ai quadri seicenteschi presenti nell’aula. Oggi sono dispersi ma le iscrizioni alla base delle cornici in stucco ci consentono almeno di conoscerne i soggetti. Si trattava di eroine bibliche interpretate come prefigurazione della Vergine Immacolata Concezione. La pala d’altare, difatti, era con molte probabilità la tela di Pietro Novelli raffigurante la Presentazione di Gesù al Tempio, oggi nella chiesa di San Matteo. Anche stilisticamente è evidente la derivazione delle allegorie dalle statue del Rosario in San Domenico, mostrando però quei limiti espressivi e di scioltezza che Procopio non riesce a superare.
Oratorio di San Mercuro

L’attuale oratorio di San Mercurio è l’unico esistente dei tre che erano posseduti dall’antica compagnia della Madonna della Consolazione in San Mercurio fondata nel 1572. Intorno al 1678, data che si legge sullo scudo di un putto, vi avrebbero lavorato con molta probabilità i fratelli Giuseppe e Giacomo Serpotta. Questa sarebbe dunque la prima opera impegnativa di un giovanissimo Giacomo che vi annuncia i temi principali della sua produzione. Già nell’antioratorio si notano i due piccoli portali d’accesso che mostrano mascheroni e scudi come animati da una vitalità propria. E tra questi un piccolo draghetto sembra affacciarsi con un ghigno beffardo e lunghi artigli al di sotto della corona che ricorda la titolare dell’oratorio. I putti ai suoi lati non hanno ancora le perfette proporzioni che assumeranno in seguito, ma tendono, insieme agli altri elementi decorativi, a quella raffinatezza formale che segnerà da lì in poi tutte le opere di Giacomo. Nell’aula, le pareti mostrano una turba di putti che si arrampica intorno alle finestre, sopra le perfette cornici barocche sicuramente frutto del disegno di architetto che guarda anche al Borromini. Tutto si ammanta del bianco che sarà un altro segno distintivo del Serpotta. E i festosi putti giocano, reggono i simboli del santo guerriero e, soprattutto, interagiscono l’uno con l’altro. Inizia da qui il loro protagonismo che diverrà addirittura sfacciato in altre imprese. Ma non si tratta comunque di un’opera perfetta, le forme sono ancora incerte e talvolta grossolane, soprattutto se messe al confronto con l’apparato della controfacciata, ma c’è già il cuore della poetica serpottiana. La controfacciata, recentemente restaurata, come tutto l’oratorio, a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, risalirebbe, secondo Garstang, al secondo decennio del ’700, ed è attribuita al figlio Procopio, come pure, probabilmente, la decorazione del presbiterio da porre ancora più avanti verso la metà del secolo.
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